Intervista al cantautore abruzzese AMELIA

Amelia 02

Abbiamo incontrato uno dei giovani cantautori più promettenti del panorama italiano.
AMELIA, così si fa chiamare, ha da poco pubblicato il suo nuovo singolo dal titolo “Atomica”, ecco cosa ci siamo detti:

 

Partiamo dal nome: come mai AMELIA?

AMELIA (ci tengo al maiuscolo!) è un nome nato una serata a casa con un po’ di amici. Ricordo che stavo suonando le primissime canzoni che avevo scritto e che stavo cercando un nome d’arte dato che il mio nome e cognome di battesimo mi suonavano male. Qualcuno, non so bene chi, probabilmente dopo un bel po’ di vino mi fece: “Perché non usi come nome d’arte il nome di tua madre?”. Illuminazione. Ammetto che ci ho pensato un po’, mi sembrava troppo “strano” usare il nome di una donna per me. Ma poi, alla fine, l’ho scelto: è un tributo ma è anche sicuramente una prosecuzione di un discorso artistico da una generazione all’altra, dato che mia madre è pittrice e scultrice e mi ha sensibilizzato sin da piccolo al mondo della creatività e dell’arte.


È in radio il tuo nuovo singolo “Atomica”. Com’è nata questa canzone?

È la prima canzone che pubblico dell’album che uscirà ma paradossalmente è l’ultima che ho scritto. L’ho cercata per un bel po’ di tempo, sentivo che al disco mancava qualcosa di energico. E poi di colpo, come una bomba appunto, mi è esplosa sul foglio con un super ritornello che mi si è staccato dalla testa dopo diversi giorni. Una bomba che ti si appiccica addosso come lo zucchero, direi. Non è di certo il testo più profondo che abbia scritto, ma per me la musica è anche divertimento, ironia, movimento. “Atomica” è tutto questo e altro.


Il brano anticipa il tuo album d’esordio. Che disco sarà?

Sarà un disco che trovo molto variegato e variopinto, sia dal punto di vista della scrittura che degli arrangiamenti. Essendo il mio primo disco ho cercato di non mettermi freni, dato che cerco di sperimentare anche per trovare col tempo una forma più mia. Parlerà perlopiù di amore, nostalgia, amicizia e vita vissuta. A livello musicale sarà un disco molto “suonato”. Io e i miei produttori volevamo che suonasse come un disco prodotto non tanto da solista, quanto da band. Infatti addirittura abbiamo messo qua e là anche assoli di chitarra, che come tutti sappiamo ormai sono andati un po’ in pensione nella musica contemporanea italiana. Ma io sono un po’ retrò, a volte.

 

Porterai in giro per l’Italia questo tuo nuovo lavoro?

Certamente. Quando il disco uscirà in autunno sicuramente io e il mio team ci impegneremo a farlo girare il più possibile per la penisola, sia online che dal vivo.


I cambiamenti del XXI secolo come influenzano le tue composizioni musicali?

Qui si dovrebbe aprire una parentesi bella ampia. Innanzitutto dovremmo capire cosa si intende per cambiamenti (se musicali, sociali o storici). Però considerando che le tre cose vanno anch’esse di pari passo, in quanto la prima è un modo di raccontare la seconda che è una conseguenza della terza, io direi che l’influenza forte di tutto questo si riversa soprattutto nel linguaggio e nei testi. Nella mia musica, ma anche in quella di altri artisti contemporanei, credo si avverta spesso un disagio di tipo generazionale (che proviene sia dalla situazione socio-economica italiana, sia dalla rivoluzione tecnologica e dai social network). Questo disagio porta ad un mare di insicurezze, apatie e distacchi. Sai mi piacerebbe fare da portavoce di questo genere di malesseri, perché credo sia importante raccontare il bello e il brutto della propria epoca.


Concludiamo l’intervista con un aneddoto o una situazione particolare in cui ti sei ritrovato.

Non faccio una vita da urlo, ma a proposito di urli questa è carina. Feci un video per un singolo vecchio, del mio primo Ep, “K2”. Era il 2017 e in quel tempo mi giravo e montavo da solo i videoclip delle canzoni. Per quel video avevo deciso che il mio nipotino Andrea sarebbe stato il protagonista ed avrebbe cantato la canzone come una specie di rappresentazione bambina di me stesso. Lì Andrea a soli 6 anni dovette imparare tutto il testo della canzone ed ovviamente lo aiutai io. Ma soprattutto lo aiutai nella fase interpretativa: ci vollero due mesi a girare tutte le scene (in cui doveva passare dalla faccia di uno depresso a quella di uno incazzato nel giro di pochissimo tempo). Vabbè, per farla breve: c’è una scena finale dove lui canta l’ultimo ritornello urlando come un pazzo, come se fosse esplosa tutta la sua rabbia. Lì diedi sfogo a tutto il mental coach che c’è in me: immaginatevi me dietro la reflex che urlo il ritornello insieme a lui che urla. E io che lo carico tipo Mickey con Rocky Balboa. E lui che continua a urlare come se non ci fosse un domani. Praticamente passammo almeno due giorni a gridare come pazzi in camera dei miei talmente tanto che il giorno dopo dal paese mi chiesero che diavolo fosse successo a casa. Stavano per chiamare i carabinieri. Fortunatamente poi tutto questo lavoro ha dato i suoi frutti: sia la canzone che il video furono molto apprezzati.

Ti potrebbe interessare anche...